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CENNI CRITICI

Anche da cio' derivano i nostri dubbi davanti a questi dipinti, poiche' non riusciamo a cernere il sogno dalla realta', impauriti dalla possibilita' di trovarci al cospetto di una visione imitativa di noi stessi che possa mettere in evidenza i nostri difetti rischiando di scoprire che le maschere siamo noi e non coloro che vediamo ritratti, malinconici personaggi facenti parte di una rappresentazione proiettata nel tempo/spazio della nostra memoria.
Ed e' solo accettando di farlo che possiamo prendere in considerazione il fatto che BOLDRIN stia evidenziando una operazione satirica sulla nostra societa', denunciando poeticamente il disagio esistenziale, il malessere e l'inquietudine che quotidianamente ci assalgono al punto da invitare il nostro subconscio a rifugiarsi all'ombra di una "maschera" offertaci dall'Autore ( confr. LA MASCHERA E' SERVITA) .
In quel momento entreremmo in osmosi con l'Artista diventando noi stessi soggetto della sua ricerca psichica rischiando di farci vivisezionare mettendo cosi' a nudo il nostro IO piu' segreto e incontrollabile, caricandoci del peso della finzione ( la grande MASCHERA BIANCA che il GIULLARE tiene appesa al collo ) trovandoci cosi' proiettati in quel mondo onirico ove tutto e'simulazione , oppure amara realta' occulta che non vogliamo scoprire.
"Io mi vesto da giullare e gioco con la maschera", dice Sergio Boldrin. E aggiunge: "Divento io stesso una maschera". È una forma impressionante di identificazione, quella tra l'artista e la maschera.
Naturalmente, occorre sapere che Boldrin è un "mascheraio": costruisce maschere da una ventina d'anni. In ciò è un professionista di prim'ordine: ha lavorato in cinema con grandi registi (Kubrick) e per il teatro ha creato maschere diventate famose per Shakespeare come per Pirandello. All'estero è conosciutissimo, più quasi che nella sua Venezia. Ha un carattere espansivo e comunicativo; è pieno di vitalità. Ma sente, come nessuno, il peso della maschera che emblematicamente ha indossato e che non vuole (o non può?) mai togliere.

La trasformazione è diventata identificazione. Il clown felliniano s'è tenacemente infiltrato come un "amarcord". Sulla scena le maschere continuano a recitare. Il palcoscenico è ora la pittura: ribollente e amara, grottesca e indicibilmente colma d'amore.

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