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Cenni critici

Si sono interessati i seguenti critici: Paolo Rizzi, Enrico Buda, Enzo De Martino, Giorgio Pilla, Gabriella Niero, Francesca Catalano, Scott Davison, Adelinda Allegretti.

Sergio Boldrin
Venezia, luogo dell’anima

La stesura cromatica segue un segno dinamico e con incisività trasforma i profili delle architetture Veneziane in tante facciate monumentali. Il ritmo del segno è spasmodico, fa fremere le vertiginose costruzioni verticali dalle tante finestre oscure, definisce le tramanti sagome murarie che testimoniano un lontano e glorioso passato.

Le pareti scabre ondeggiano nel cielo. Oltre appare il vuoto che assume connotati inquietanti. Silente osservatore della originale dimensione urbana è un giullare, la grande maschera beffarda dell’espressione grottesca che segue Venezia nel suo inesorabile dissolversi. La pittura di Sergio Boldrin si definisce immediatamente proprio in quel trascolorare. Si rimane attoniti ed incuriositi davanti a una così personale interpretazione della città, la sua città. Nessuna retorica, nessun compiacimento estetico. Solo la verità di un luogo magico che nel tempo sta perdendo i riferimenti della storia. In questo percorso verso il declino l’arte di Boldrin assume l’entità di una sincera “presa di coscienza” tradotta come stato dell’anima, un riflesso poetico che diventa lettura di un malessere ambientale.

Le forti componenti gestuali e la figurazione espressiva contengono anche riferimenti a note immagini del passato, come la rivisitazione del “Campiello del Tajapiera” di Canaletto nel dipinto con il grande giullare che appare dietro le quinte definite dal maestro vedutista; oppure l’omaggio a Modigliani a San Sebastiano dove la fondamenta si apre come una grande arena alla presenza monumentale del buffone verde che plasticamente riprende gli eleganti nudi dell’artista livornese. Ciò che invece appartiene completamente allo stile di Sergio Boldrin è l’intensità dei contenuti che si dilatano nelle ampie atmosfere d’impianto fauve-espressionista. La sua è una continua ricerca di quei segni che hanno mutato la città nella sua esistenza, nel suo divenire e nella caduta. Se si osservano le curiose deformazioni spaziali se entriamo emotivamente nello sguardo rassegnato del buffone, il racconto di Boldrin diventa immediatamente coinvolgente.

Le architetture urbane si compenetrano tra loro e si inseriscono vorticosamente sulla superficie creando gigantesche scenografie monumentali. Non si riconoscono più stili o influssi orientali, ma soltanto misteriosi costruzioni oniriche che rispondono a una prospettiva ribaltata nella struttura interna. E’ come un grande teatro di cartapesta che si pone con immanenza sul suolo fragile della laguna e poi segue una lenta trascendenza verso l’alto: gli antichi palazzi come alberi si rivolgono al cielo e per l’ultima volta tendono le radici verso l’instabile piano della propria origine. La pittura di Boldrin esprime quindi una realtà che emerge dall’osservazione e dove la ragione si coniuga all’emozione. Ricerca dunque complessa, spesso travalicante i confini del sogno (forse dell’incubo?) ma mai distaccata dalla realtà più vera. Oggi Venezia per chi la ama e la conosce è una città malinconica e abbandonata dalla propria gente, in bilico tra l’esistenza apparente e l’anima che l’ha resa magnifica nel tempo. La rovina, il degrado, l’indifferenza dei più rappresentano per Boldrin i dati di una città ormai priva di vita. E purtroppo non si allontana solo la bellezza, ma anche l’identità. Negli occhi consapevoli del giullare, nella maschera grottesca e malinconica si nasconde il sentimento consapevole di un veneziano. La pittura diventa ricerca intimistica palese, un espressionismo non solo formale ma pienamente assimilato e rielaborato secondo parametri di assoluto approfondimento sentimentale, in certi dipinti viscerale. Ecco che appare nel segno e nella carica visiva dei soggetti un primitivismo forte, quasi scultoreo nella levigatezza delle campiture - come si vede nel malinconico buffone bianco - dallo stile severo e così attuale.

L’autore esplora la realtà Venezia in un’accezione sensitiva, può essere il racconto di una suggestione visiva o un’immagine estemporanea, la risoluzione pittorica traduce simbolicamente i riflessi di un dato conosciuto seguendo lo sviluppo mutevole del soggetto, il perpetuo divenire di un riflesso decadente sulla laguna. Le raffinate armonie decorative scompaiono nella pennellata densa, i colori delle terre coperti dal blu simulano un’ architettura screziata dal tempo, le suggestioni umbratili di un interno sono vissute con un senso di trasognata malinconia. La definizione lirica di Boldrin trova in questo modo una rispondenza attraverso la strutturazione per livelli dell’immagine con il colore che definisce i vari momenti, si dilata o s’addensa nei vari piani, segue i riflessi di un cristallo atmosferico, mostra la bellezza fuggente e precaria delle cose. Forse è per questo che le pennellate risaltano come delle lacerazioni, rapprendono le venature degli antichi marmi in profonde ferite.

Ogni segno e colore per Sergio Boldrin incidono nella volontà di conoscere la dimensione attuale dell’oggetto quasi per impadronirsi del suo evolversi interiore. La pittura rivela la vera identità dell’esistenza: nel ritmo bilanciato dei tocchi gestuali l’autore va alla ricerca di quell’attimo sospeso che traspare come anima autentica della città. Intanto il giullare osserva, permettendo una comunicazione diretta con l’autore e con la realtà: l’arcana presenza della maschera tragica ci avvolge in una commozione infinita.

Giugno 2012, Gabriella Niero

Sergio Boldrin
ovvero l'anima in maschera

Inoltrarsi nel mondo di SERGIO BOLDRIN è come accingersi ad un viaggio nel subconscio, l'inizio di una avventura di cui si conosce il tracciato visivo, senza avere la minima idea dove questa strada ci condurrà. Crediamo che ciò costituisca la vera forza immaginifica di questo originale Pittore veneziano che sembra aver concentrato tutto il suo ardore creativo per mostrarci quanto di sè ognuno di noi ha conservato nel proprio "doppio" invisibile.

Egli dipinge MASCHERE che nulla hanno a che fare con la ludica rappresentazione a cui la tradizione ci ha abituati. È, come dire, l'altra faccia della luna che ci appare nelle sue opere, la parte più tragica, più grottesca, disperata spesso, ambigua nella sua solitudine, che vuol essere la proiezione di tutti i nostri stati d'animo, le nostre angoscie e paure. Le emozioni che non riusciamo ad esprimere per pudore o per verecondia, insomma tutte le scorie che si accumulano nel nostro essere n Ila difficile convivenza con una società a volte troppo assente, altrove addirittura feroce con chi non ha la forza di opporre colpo a colpo, segnando così la quotidianità dei più spiritualmente indifesi.

Forse per queste ragioni la sue icone possono apparire "brutte" al limite del grottesco, inteso con ciò che l'Artista voglia sottolineare una speculare condizione interiore, ma declinate con un linguaggio pittorico che nulla lascia all'immaginazione poichè ogni soggetto viene descritto con una abilità che vuole rispecchiare esattamente l'introspezione psicologica. Per raggiungere tale scopo l'Autore sì avvale di una grafia espressionistica che gli permette di rappresentare i personaggi libero da ogni estetismo accademico, pervenendo ad un tratto fisiognomico che risulta essere l'esatta cerniera di congiunzione tra l'Essere umano e la sua proiezìone onirica in chiave tragico/ludica.

Anche da ciò derivano i nostri dubbi davanti a questi dipinti, poichè non riusciamo a cernere il sogno dalla realtà, impauriti dalla possibilità di trovarci al cospetto di una visione imitativa di noi stessi che possa mettere in evidenza i nostri difetti rischiando di scoprire che le maschere siamo noi e non coloro che vediamo ritratti, malinconici personaggi facenti parte di una rappresentazione proiettata nel tempo/spazio della nostra memoria. Ed è solo accettando di farlo che possiamo prendere in considerazione il fatto che BOLDRIN stia evidenziando una operazione satirica sulla nostra società, denunciando poeticamente il disagio esistenziale, il malessere e l'inquietudine che quotidianamente ci assalgono al punto da invitare il nostro subconscio a rifugiarsi all'ombra di una "maschera" offertaci dall'Autore ( confr. LA MASCHERA È SERVITA) . In quel momento entreremmo in osmosi con l'Artista diventando noi stessi soggetto della sua ricerca psichica rischiando di farci vivisezionare mettendo così a nudo il nostro IO più segreto e incontrollabile, caricandoci del peso della finzione ( la grande MASCHERA BIANCA che il GIULLARE tiene appesa al collo ) trovandoci così proiettati in quel mondo onirico ove tutto è simulazione, oppure amara realtà occulta che non vogliamo scoprire.

Conoscendo, però, bene BOLDRIN, la sua intelligenza di uomo e d'artista, la sua sensibilità d'animo, l'amore per la sua Città, viene spontaneo un dubbio: se avesse voluto giocare con noi facendo proprio una rappresentazione ludica di un mondo ormai scomparso ( la VENEZIA del `700 ormai stanca e decadente con i vizi e le (poche) virtù gia cantate dai nostri grandi GOLDONI e GOZZI ), oppure usando il fascino del "brutto" quale escamotage per arrivare al "bello" che interiormente può esserci (quasi sempre !) in ognuno di noi ?

Allora si spiegherebbe la sua gioiosa ironia nell'autoritrarsi paludato in vestimenta che, come un tessuto prezioso, lo avvolgono di visioni veneziane, oppure quando dipinge il volto della moglie nascosto sotto una mascherina bianca ammantandola di una nuvola d'azzurro, o ritrae le due figlie con l'occhio amoroso del padre capace di interpretarne il carattere e gli umori.

È perchè, se non, far apparire nelle sue ultime opere un contesto di urbanistica tipicamente veneziana che avvolge, come in un abbraccio, i suoi giullarilmaschere quasi che, lasciandoli galleggiare nel vuoto di un limbo esistenziale, avesse tolto loro una naturale radice culturale minimizzando così l'importanza di apparire nella loro essenza di rappresentanti di una società precisamente collocata nel tempo e nello spazio e che ancor'oggi può essere portata ad esempio per quanto lasciato in eredità ( nel bene e nel male ) a tutti coloro che della vita intendono assaporare fino in fondo i momenti felici,ma anche affrontare le asperità che essa ci presenta nel corso del nostro cammino con il dovuto "sens of humor" (crf. LA FESTA È FINITA).

Al fondo delle cose, qualunque sia la linea di lettura che soggettivamente ogni fruitore potrà scegliere, rimane incontestabile il piacere che la pittura di BOLDRIN offre a chi si pone dinnanzi ai suoi quadri, quell'insieme cromatico dal quale si sprigiona improvvisa una luce misteriosa che taglia la scena illuminando di sbieco i personaggi, oppure li accende come primattori che avanzano al proscenio, dietro al quale le quinte sono formate da case sbilenche, proiezioni mnemoniche colme di una struggente nostalgia per un mondo, per una Città che non più gli appartengono, quasi che fattosi Egli stesso maschera e soggetto dell'opera avesse voluto dare un simbolico saluto ad una realtà che, oramai mutata nella sostanza, non risponde più alle sue aspettative di uomo, di artista, di veneziano.

E qualora, se per un capriccio della sorte e per un solo attimo, si vanificasse tutta la sua ricerca psichica ci rimarrebbe pur sempre quel meraviglioso assunto pittorico, con il quale Egli delinea il suo pensiero sulla profondità dell'Essere umano, nel quale si alternano quei misteriosi sfondi miscelati di terre dai caldi toni con i gialli vivificanti bagnati da quella luce magicamente impalpabile, i verdi incantati accanto agli scattanti bianchi e rossi che delineano i personaggi, ecco ciò sarebbe sufficientemente appagante al nostro spirito poichè la pittura racchiude già in se la capacità di farci comprendere il mondo che ci circonda.

Ma, vogliamo sottolineare con forza e convinzione, per nostra fortuna SERGIO BOLDRIN sa ben dipingere ed altrettanto bene leggere dentro di noi, attraverso le povere spoglie che ci vestono temporaneamente, per fissare ciò che resterà ai posteri della nostra PERSONALITA'.

Venezia, Aprile 2006 Giorgio Pilla

"Io mi vesto da giullare e gioco con la maschera", dice Sergio Boldrin. E aggiunge: "Divento io stesso una maschera". È una forma impressionante di identificazione, quella tra l'artista e la maschera. Naturalmente, occorre sapere che Boldrin è un "mascheraio": costruisce maschere da una ventina d'anni. In ciò è un professionista di prim'ordine: ha lavorato in cinema con grandi registi (Kubrick) e per il teatro ha creato maschere diventate famose per Shakespeare come per Pirandello. All'estero è conosciutissimo, più quasi che nella sua Venezia. Ha un carattere espansivo e comunicativo; è pieno di vitalità. Ma sente, come nessuno, il peso della maschera che emblematicamente ha indossato e che non vuole (o non può?) mai togliere.

Qualche psicologo potrebbe dire che la maschera è diventata per lui un complesso. Ne è attratto morbosamente anche quando - e sono già alcuni anni - si è messo a dipingere in modo continuo e serio. "Con la maschera ho viaggiato e sto viaggiando nel mondo della pittura", dice ancora. Ma attenzione: non si tratta della solita maschera carnevalesca che diventa luogo comune, se non abusata maniera. Egli vuole oltrepassare non soltanto il gusto meramente ludico della mascherata e del travestimento, ma anche (e questo è ben più difficile) tutto il coacervo psicologico e sociologico che con tali riti è sempre più strettamente legato. Siamo più "veri" quando indossiamo la maschera? E la maschera stessa è davvero l'estrinsecazione della propria personalità? O meglio: il momento ludico è il momento dell'autoidentificazione?

Può essere, ma Boldrin non si accontenta di ciò. Egli "vive" la maschera che egli stesso crea. La maschera è lo stato d'animo, il momento espressivo, la tappa del --`viaggio". Ora l'umore si fa amaro, acre, spesso grottesco, quasi come esprimesse un rifiuto, una nausea; ora subentra invece la voglia di comunicare, quindi l'affettività, la gioia; e il "giullare" veramente si diverte. Ecco quindi il passaggio dai timbri acidi e duri alle modalità ben orchestrate.

La maschera, che assumeva contorni persino paurosi, diventa un sorriso, un gesto gentile. Dice talora Boldrin: "La festa è finita"; e la pittura si fa simbolicamente risentita. Ma poi corregge il tiro: "Mi diverto a fare il clown"; e gli viene voglia di ballare egli stesso. La maschera è il tramite di un temperamento dicotomico, dove i crolli depressivi si alternano ai picchi di eccitazione.

La creazione pittorica si annida là, in questi momenti di passaggio, in questi transiti che, magari, durano un attimo. Boldrin - e questo è evidente - non resta mai fermo. Il suo animo muta. "Quando la maschera entra in scena - sono sempre sue parole - la maschera è mia". Lui la crea nella professione quotidiana di "mascheralo", ma la ricrea anche e soprattutto quando si pone al cavalletto per dipingere. Noi potremmo chiederci, osservando i suoi quadri ora teneri e ora patetici, ora aspramente grotteschi e ora magicamente incantati: qual'è il vero Boldrin? E da dove discende lo stile della sua pittura?

Qui ci troviamo veramente di fronte ad intrico. Identifichiamo un orizzonte espressivo che va da Giandomenico Tiepolo a Ensor, e magari arriva a Tomea. È il carattere nordicheggiante, quindi espressionistico, che domina, con echi anche e soprattutto fiamminghi. Ma alla fine ci accorgiamo che lui, Boldrin, scavalca (e misconosce) le possibili derivazioni. È se stesso, sempre se stesso. "La maschera è mia", ripete.

Certo che noi, dall'esterno, riconosciamo nella pittura di Boldrin una forte connotazione personale. Si fa l'autoritratto? Dipinge le due figlie amatissime? È la maschera che vien fuori dal suo subconscio. Essa riappare dal buio dei secoli, come da un riscoperto Medioevo: quindi da cerimonie, rituali, cupe processioni, da eccitati carnevali, da feste di un passato che esce dai cromosomi stessi dell'artista. È qualcosa di imprescindibile come in Ensor (che peraltro Boldrin non conosce): una "necessità interiore". Dice il titolo di un quadro: "La maschera è servita". Nel banchetto la maschera viene inghiottita, digerita e poi espulsa: e, abbandonata.

Per Boldrin l'aforisma non funziona. Lui "si fa" maschera; e la maschera è in lui. Magari è soffusa di un'autoironia che, in certi momenti, si tramuta in amabile affettività. La trasformazione è diventata identificazione. Il clown felliniano s'è tenacemente infiltrato come un "amarcord". Sulla scena le maschere continuano a recitare. Il palcoscenico è ora la pittura: ribollente e amara, grottesca e indicibilmente colma d'amore.

Paolo Rizzi